L’intervista. Massimo Carlotto: “Oggi siamo tutti cacciatori di possibili verità”

Massimo Carlotto, tra i maggiori scrittori italiani, considerato un totem del genere noir, passa in rassegna la narrativa, la tv, il senso d’inquietudine e la volontà di non smettere mai di cercare la verità. Né nella realtà né nella fiction.

Un’intervista a Massimo Carlotto (Padova, 1956) ti arricchisce sempre, si indirizza verso la narrativa, poi devia verso altri mondi finché sbatte sull’animo umano. Del resto, da chi ha creato personaggi unici come l’investigatore l’Alligatore (in inverno su Raidue in un’attesa fiction) e il cattivo Giorgio Pellegrini non puoi aspettarti percorsi già battuti. A gennaio 2020 è uscito il suo ultimo romanzo, ‘La signora del martedì‘ (Ed. e/o).

I tuoi romanzi osservano la realtà, la masticano e la servono al lettore in diverse porzioni come fossero docufiction. È una sorta di neorealismo declinato al mondo contemporaneo, presentando tutte le sue storture e le criticità?

Credo che un romanziere debba attraversare il proprio tempo occupandosene. Il romanzo è sempre uno sguardo sulla realtà anche se narra fantascienza. Il mio lavoro si è sempre concentrato sulla ricerca di storie di senso generale, in grado di raccontare le trasformazioni della società, senza rinunciare alla critica e alla denuncia. In questo senso storture e criticità emergono con chiarezza.

Hai sempre sostenuto che il romanzo noir è l’ultima frontiera del giornalismo d’inchiesta, frenato spesso dallo strumento della querela. Oggi, a distanza di tempo, è cambiata questa tua convinzione?

In parte. Oggi bisogna chiedersi se ha senso continuare a usare il romanzo di genere per denunciare ingranaggi di un meccanismo criminale che è diventato sistema. In fondo l’abbiamo raccontato in ogni aspetto possibile. Alla domanda io rispondo che forse vale la pena esplorare altri territori narrativi. Il noir è uno strumento straordinario per scandagliare e raccontare il nuovo che avanza. E l’Italia come il mondo è cambiata.

Il tuo ultimo romanzo, ‘La signora del martedì’ (Ed. e/o, 2020), è uno spaccato della nostra realtà sociale, una caduta verso il baratro da parte di protagonisti all’ultimo stadio della propria esistenza. Quanto è importante il ruolo dello scrittore nel dare voce a chi non ha voce?

Da tempo volevo scrivere un romanzo a partire dalla storia dei corpi dei protagonisti. In questo ho narrato il “dopo” di tre corpi che hanno avuto un uso sociale, cioè hanno conosciuto l’esperienza della prostituzione. E quando erano sul mercato erano accettati, ma una volta usciti dal giro sono diventati incompatibili con lo sguardo morale della società. Credo fondamentale che il romanzo debba affrontare  tutti quei temi che solitamente vengono esclusi dalla narrazione ufficiale. Questa società è ossessionata dal corpo, dalla pubblicità alla chirurgia non c’è momento in cui non venga proposto, ma in realtà i corpi vengono inquinati, dall’aria, dall’acqua e dal cibo, costretti a lavorare in condizioni usuranti. La signora del martedì in realtà sottende a tutto questo perché il romanzo, di fatto, affronta la complessità.

I tuoi romanzi osservano la realtà, la masticano e la servono al lettore in diverse porzioni come fossero docufiction. È una sorta di neorealismo declinato al mondo contemporaneo, presentando tutte le sue storture e le criticità?

Credo che un romanziere debba attraversare il proprio tempo occupandosene. Il romanzo è sempre uno sguardo sulla realtà anche se narra fantascienza. Il mio lavoro si è sempre concentrato sulla ricerca di storie di senso generale, in grado di raccontare le trasformazioni della società, senza rinunciare alla critica e alla denuncia. In questo senso storture e criticità emergono con chiarezza.

Hai sempre sostenuto che il romanzo noir è l’ultima frontiera del giornalismo d’inchiesta, frenato spesso dallo strumento della querela. Oggi, a distanza di tempo, è cambiata questa tua convinzione?

In parte. Oggi bisogna chiedersi se ha senso continuare a usare il romanzo di genere per denunciare ingranaggi di un meccanismo criminale che è diventato sistema. In fondo l’abbiamo raccontato in ogni aspetto possibile. Alla domanda io rispondo che forse vale la pena esplorare altri territori narrativi. Il noir è uno strumento straordinario per scandagliare e raccontare il nuovo che avanza. E l’Italia come il mondo è cambiata.

Hai sempre privilegiato lo scavare nei bassifondi dell’animo umano oltre che ambientare storie negli strati torbidi della società (che sono, indifferentemente, quelli alti e bassi…): è una scelta che rispecchia il tuo personale senso d’inquietudine?

Il romanziere deve essere profondamente inquieto. La scrittura deve essere inquieta come la sua mente. L’inquietudine è il carburante che alimenta la curiosità, la pratica della conoscenza, la volontà di sapere. La necessità di raccontare.

Bertold Brecht diceva che ‘chi non conosce la verità è un ingenuo ma chi la conosce e la chiama bugia è un criminale’: esistono ancora tanti professionisti della comunicazione che potremmo definire brechtaniamente ‘criminali’?

Quando economia legale ed economia illegale si fondono in un unico sistema, la narrazione ufficiale che lo sostiene non può fondarsi sulla verità, che viene relegata al ruolo di effetto speciale.

Sei un esponente di altissimo livello non solo del noir ma anche del cosiddetto noir mediterraneo. Quanto fascino e suggestione emozionali creano la culla della civiltà piuttosto che ambientazioni narrative americane, scandinave e sudamericane?

Il luogo, con il passare del tempo e lo sviluppo della letteratura di genere che ha portato alla stratificazione di alcune generazioni di scrittori, è diventato un vero e proprio personaggio. E l’area del mediterraneo, in questo senso, offre una ricchezza unica. Una matrice comune ma ogni paese, ogni costa, ogni braccio di mare rappresentano storie e culture specifiche a disposizione degli autori. Un vero e proprio patrimonio.

Scrivi noir con straordinario e meritato successo. Perché questo genere resiste nell’indice di gradimento del pubblico? È possibile, eventualmente, per l’eterna fascinazione del male?

Ritengo che la vera ragione sia più concreta e riguardi la modernità della relazione tra crimine e società. Un tempo la criminalità era marginale,  un fenomeno laterale e poco visibile. Oggi è molto più interna, si è infiltrata ovunque, non c’è ambito della società in cui non abbia interessi. E poi la corruzione è diventata la cinghia di trasmissione di un crollo morale che ha permesso l’infiltrazione nella politica e nelle amministrazioni della cosa pubblica. Il cittadino/lettore è a disagio di fronte a questa situazione e cerca nel romanzo noir risposte adeguate, oltre che un sano divertimento, ovviamente.

Sei sempre attento ai fatti mediatici di cronaca nera e giudiziaria, osservi molto la realtà e sei sempre stato sensibile a quell’amplificazione mediatica che si crea prima, durante e dopo i processi, considerato anche il forte numero di format televisivi in Italia che spesso formano frange di tifosi colpevolisti e innocentisti. Credi che nel tempo si sia sviluppato un perverso meccanismo di voyeurismo da parte del pubblico o rientra invece tutto nella normalità di una società che consuma voracemente tutto quello che le viene proposto?

Il voyeurismo su singoli episodi di cronaca nera ha un effetto consolante. Non racconta che siamo assediati da culture mafiose e permette alle persone di scaricare le proprie ansie. Ruolo che il romanzo poliziesco classico riveste dalla metà dell’Ottocento. Diventare cacciatori di verità all’interno di una narrazione che, di fatto, non è interessata alla verità ma a tutte le possibili verità che un caso può offrire, è diventato un gioco appassionante che dalla fruizione passiva davanti a un televisore, può diventare attiva sui social o sotto l’ombrellone. Un grande circo mediatico è ormai a disposizione di questo pubblico.

Sei padre di due personaggi che fanno sognare i lettori, l’Alligatore alias Marco Buratti e Giorgio Pellegrini. L’affetto paterno verso i due figli letterari crediamo che sia molto, ma avrà sfumature differenti: quali?

Molto differenti. Innanzi tutto con la serie televisiva dell’Alligatore che andrà in onda su Rai 2 (in onda a cavallo tra dicembre 2020 e i primi mesi del 2021, ndr) si creerà una nuova relazione tra i due personaggi. A mio avviso interessante ma lontana da quella dei romanzi di cui prevedo sviluppi non immediati.

Nei tuoi lavori, dal romanzo al teatro, c’è il Veneto, si respira, si tocca, si vede, si va dal NordEst industriale alle colline di fatica passando nel fascino storico della Serenissima. Cosa ami di questa terra e cosa non tolleri?

Del Veneto amo la storia, la bellezza. Mi sento figlio di questa terra e soffro nel vederla violata da un inquinamento insensato e da una politica che non apprezzo per nulla. Rispetto a Padova, la mia città, il discorso è diverso perché anche politicamente la ritengo civile e degna. Un tentativo di cambiamento necessario.

Ma c’è anche molta Sardegna, considerato il periodo trascorso sull’isola. Cosa ti ha lasciato dentro una storia come ‘Perdas de Fogu’?

Ho vissuto 15 anni in Sardegna e ci torno ogni volta che posso. Sono legato alla Sardegna da mille vincoli, non ultimo quello della scrittura. Perdas de Fogu, scritto con altri 9 autori locali, è stata un’esperienza importante, mi ha insegnato che gli scrittori hanno il dovere di ascoltare le istanze del territorio e credere nella possibilità di condividere la propria solitudine creativa. A volte le storie sono così “grandi” da avere bisogno di più voci per essere raccontate.

Hai mai pensato ‘per fortuna esiste la realtà, così non fatico a prendere spunto per scrivere le mie storie’?

Al contrario ritengo che la fantasia sia molto più semplice da trattare. Ho sempre provato invidia nei confronti dei colleghi che eludono la realtà, o meglio che la interpretano attraverso una fantasia mediata dalle proprie esperienze e convinzioni.

Anni fa hai scoperto quasi per caso che hai dei legami di parentela con Estela Carlotto, la fondatrice delle Nonne de Plaza de Mayo, parti per l’Argentina e comincia un tour dell’orrore raccontato ne ‘Le irregolari’. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza al limite dell’inverosimile?

Ero arrivato in Argentina completamente disilluso dalla vita e dalla politica. Le nonne e le mamme di Plaza de Mayo mi hanno insegnato che mai nella vita si può smettere di difendere i diritti umani e di sognare che un altro mondo è possibile. Quelle donne straordinarie mi hanno trasformato in un uomo diverso con la forza travolgente dell’amore, della passione, della testimonianza.

Ogni narratore ha un metodo per scegliere un protagonista di una sua storia. Esempi celebri ci hanno svelato di grandi autori che sfogliavano riviste, o si recavano al cimitero o sfogliavano l’elenco del telefono: qual è il metodo Carlotto?

I protagonisti li pesco dalla realtà e cerco di essere il più possibile fedele. Per quanto riguarda nomi e cognomi li incrocio a caso pescandoli dai giornali e da internet. Se “suonano” bene allora li uso.

Se il blues dovesse scandire i tuoi romanzi, quale testo di quale canzone sceglieresti per abbracciarli tutti?

On The Road Again nella versione di Jeff Healey.

Il virus Covid-19 quanto ha influenzato la tua vita?

Molto poco. Ci ha reso tutti vulnerabili ma io appartengo, per storia personale e professionale, alla categoria. So cosa significa adattarsi tentando sempre di dare spessore e dignità all’esistenza. E poi sono cresciuto conoscendo il significato esatto della parola pandemia per i racconti di mio padre che aveva perduto due fratellini a causa della “Spagnola” negli anni ’20. Le mascherine erano di uso comune anche all’epoca.

Articoli correlati

Lascia un commento