La Molisana produce pasta fascista? Conditela con l’olio di ricino

La Molisana produce pasta fascista, così parte l’indignazione del politicamente corretto contro le qualità Tripoline e Abissine, che richiamano il passato coloniale italiano. Ne parleremo a ‘La casa di Campagna’ con lo scrittore Giorgio Ballario, autore della saga del maggiore Morosini, carabiniere nei territori AOI.

Lo confesso. Da ragazzino mia nonna a Norma, civettuolo paese in provincia di Latina, mi ha cresciuto con un sentimento anticlericale diffuso, sordo, ferino. Io mi vergognavo quando in chiesa ricevevo l’ostia consacrata, mormoravo anche un paio di Pater Noster in più rispetto alla penitenza, in modo che la riconciliazione avvenisse più veloce.
Perché? Oh, bella, perché mia nonna Donata preparava il primo piatto con gli strozzapreti, pasta povera fatta in casa con farina e acqua, a ricordo della golosità dei rappresentanti del clero. Così, oggi mi preparo a ricevere la scomunica.
E sì, perché resti di stucco quando in piena pandemia e non per un gioco da tavolo nel salotto di Agarthi assisti a una feroce polemica che ha come tema i nomi di due qualità di pasta de La Molisana, chiamate Tripoline e Abissine, che richiamano i territori AOI. E così, in nome dell’intolleranza suscitata dal politicamente corretto ecco la crociata per bandire questa pasta intimandone il cambio del nome.
Certo, mentre il management de La Molisana si zerbinava profondendo scuse giurando un naming rinnovato immediato, capisci anche l’autolesionismo in fatto di storytelling effettuato dall’ufficio marketing del pastificio: definire la pasta dal sapore coloniale e dal gusto littorio avrebbe lasciato basito anche un acrobata delle parole come Andrea G. Pinketts oltre che mia nonna Donata, molto più pratica nelle faccende di cucina, che al limite le avrebbe saltate in padella con un filo di olio. Rigorosamente di ricino.
Al di là dell’archeologia del lessico restiamo basiti dall’intolleranza e dall’ignoranza, nel suo significato più autentico. Perché quello che domina oggi resta la globalizzazione politicamente corretta che ha davvero frantumato le boe di palla di vetro anche a chi pescatore non è.
Così nel tempo recente abbiamo assistito alle polemiche innescate quando la scorsa stagione il Corriere dello sport titolò il match Roma-Inter giocato di venerdì ‘Black Friday’ campeggiando in prima gli ebani Lukaku e Smalling, con le due società che presero le distanze dall’aggressione (?!) razzista del quotidiano.
Ancora, qualche giorno fa Edinson Cavani, uruguagio in forza al Manchester United, è stato squalificato dalla federazione perché in un commento social ha ringraziato un amico chiamandolo ‘negrito’, che in latinoamericano è un vezzeggiativo. Ma la lingua che domina è l’inglese, quindi niente sconti, nemmeno con la discesa in campo degli accademici ispanici che avevano deriso l’equivoco.
E, seguendo la falsariga de La Molisana, ricordate quando lo scorso giugno l’elvetica Dubler ha dovuto togliere dal mercato i cioccolatini Moretto, di chiara fattezza razzista? Beh, i benpensanti non ci dormivano la notte (a proposito, perché la notte è ‘scura e nera’?) finché hanno vinto.
E la ‘magra’ collezionata dalla panchina della squadra Istanbul Basaksehir durante il match contro il Psg nello scorso dicembre? Il quarto uomo, il rumeno Sebastian Coltescu, richiama l’attenzione del direttore di gara nei confronti del vice allenatore della squadra turca, così per individuarlo lo chiama negru (appunto ‘nero’ in rumeno): si scatena la zuffa verbale per accademici della Crusca altro che risse da saloon cui cominciamo sinceramente ad avere nostalgia. Così le squadre abbandonano il campo e si apre un provvedimento disciplinare per l’arbitro ‘razzista’.
Ne parleremo alle 15 di mercoledì 7 gennaio sulla web tv shopzy.it ne ‘La casa di Campagna’ con ospite il giornalista e scrittore Giorgio Ballario, autore della saga del maggiore Morosini, impegnato in Africa orientale nel periodo fascista, che indaga su vicende misteriose. Probabile che i cinque romanzi della Capricorno dovranno essere ritirati dal mercato prima che arrivi qualche denuncia di razzismo letterario retroattivo.
Tutti esempi reali che ricordano la bizzarria di indicare le pile ormai scariche non più col nome di pile esaurite (che resta dispregiativo) ma esauste. Ecco, sì, siamo esausti di certe cazzate. O, forse, avrei dovuto dire, in nome di una equilibrata parità di genere, fregnacce?

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