Non si sevizia un paperino

Chi ama le atmosfere dei thriller italiani non può non aver visto ‘Non si sevizia un paperino’, un film del 1972 diretto da Lucio Fulci con protagonista Florinda Bolkan.

Chi ama le atmosfere dei thriller italiani non può non aver visto ‘Non si sevizia un paperino’, un film del 1972 diretto da Lucio Fulci con protagonista Florinda Bolkan. È considerato il capolavoro di Fulci e una delle opere fondamentali del giallo italiano, nonché uno dei film più inquietanti e morbosi girati dal regista. L’ambientazione in un paese retrogrado del sud Italia era inedita sino ad allora nel thriller italiano.

Il soggetto del film è ispirato a un fatto reale avvenuto a Bitonto nel 1971 dove ci fu una serie di omicidi con bambini come vittime.
Ad Accendura (nome deformato nel film per Accettura), un paese della Basilicata, una donna scava una piccola fossa ai margini di un’autostrada. Estrae il piccolo corpo di un neonato morto e fugge. In paese, Tonino, Michele e Bruno, tre dodicenni del luogo, escono da una chiesa e si recano a spiare due prostitute e i loro clienti in un casolare abbandonato. Insieme a loro c’è anche Giuseppe Barra, un minorato mentale che spia le coppiette appartate. I bambini si prendono gioco di lui, che minaccia di ucciderli. La misteriosa donna dell’incipit intanto compie una serie di riti di magia nera, trafiggendo con alcuni spilloni delle bambole che riproducono i corpi dei bambini.

Michele, la stessa sera, porta un vassoio con delle bibite a Patrizia, proprietaria di una lussuosa villa: la donna è completamente nuda e provoca il bambino, il quale viene però richiamato dalla madre. Poco dopo Bruno Lo Cascio, un altro bambino del paese, viene inseguito e brutalmente ucciso. I carabinieri iniziano le ricerche, dopo aver ricevuto una telefonata anonima da un uomo che chiede sei milioni di lire come riscatto. Sul luogo arriva anche Andrea Martelli, un giornalista di cronaca nera. I carabinieri arrestano per l’omicidio Giuseppe Barra, trovato mentre sta per ritirare il riscatto. Barra conduce i carabinieri sul luogo in cui ha sepolto il corpo di Bruno. Sul posto c’è anche don Alberto Avallone, il giovane parroco del paese, che benedice la salma. Barra si proclama innocente, asserendo che Bruno era già morto quando lui lo ha trovato…

La parte di don Alberto andò a Marc Porel, attore francese molto attivo in quegli anni nel cinema di genere italiano, mentre zio Francesco fu interpretato da George Wilson, che aveva già lavorato con Fulci in Beatrice Cenci. Anche Florinda Bolkan aveva già interpretato un film di Lucio Fulci: Una lucertola con la pelle di donna. Per il personaggio della maciara, la Bolkan richiese esplicitamente un trucco che non ne facesse una “poveraccia”, bensì una donna povera ma con un suo fascino. Inoltre la Bolkan girò l’intero film senza mai vedere gli altri attori. Le sue scene furono infatti girate con la presenza della sola attrice. Il cast annovera altri attori all’epoca all’apice della notorietà, come Barbara Bouchet e Tomas Milian. Per quanto riguarda i bambini, Fulci aveva pensato a dei volti che avessero caratteristiche somatiche da adulti. Durante la sequenza della lotta tra Tomas Milian e Marc Porel, i due attori si azzuffarono realmente, finendo sulle pagine dei quotidiani del tempo.
Il film fu vietato ai minori di 18 anni (Visto censura n. 61046 del 22 settembre 1972), a causa delle scene di violenza e la sessualità morbosa mostrata nel film. I problemi maggiori con la censura riguardarono la sequenza in cui Barbara Bouchet si mostra nuda davanti a un bambino. Per questa sequenza vi furono molte denunce, poiché la legge proibiva l’impiego di minorenni in sequenze scabrose. Infatti nel gennaio del 1973, Lucio Fulci, Edmondo Amati e la Bouchet, dopo una lettera anonima, furono chiamati in tribunale. Lì, Fulci spiegò come era stata girata la sequenza: alla presenza di un notaio, che mise il tutto a verbale, la Bouchet era distesa nuda su un divano, mentre il bambino era ripreso sempre senza l’attrice. I controcampi di spalle del bambino furono invece interpretati da Domenico Semeraro (Ostuni 1946-Roma 1990), un nano amico dei produttori, di professione imbalsamatore, che diventerà in seguito noto alle cronache con l’appellativo del “Nano di Termini. Mentre Fulci usciva dal tribunale, il giudice domandò al regista cosa avesse visto, in fase di doppiaggio, l’attore (ovviamente un bambino) che doppiava il bambino. Fulci rispose che aveva visto delle code nere (parti di pellicola prive di immagini), al posto della Bouchet. Dopo aver detto questo, il verbalizzante della polizia disse a Fulci: «L’ha fregato, dottò…».
Alla sua uscita Non si sevizia un paperino ricevette delle critiche negative. Negli anni novanta tuttavia il film è stato ampiamente rivalutato, fino ad essere considerato da molti il capolavoro di Fulci.

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