Una mujer di nome Giorgia si prende l’Italia

Yo soy una mujer. Così, le elezioni politiche sono vinte da una donna. Yo soy Giorgia. Vince Giorgia Meloni e vince la coalizione di centrodestra. Ora toccherà a lei mediare il nome dell’Italia nel mondo nel dopo pandemia, prima donna nella storia, a guidare il Paese.

Yo soy una mujer, ribadiva un anno fa al raduno di Vox in Spagna. Così, le elezioni politiche sono vinte da una donna. Yo soy Giorgia. Vince Giorgia Meloni e vince la coalizione di centrodestra. Ora toccherà a lei mediare il nome dell’Italia nel mondo nel dopo pandemia, prima donna nella storia, a guidare il Paese. E già questa è un’anomalia per i fondamentalisti della politica italiana: Giorgia Meloni, una donna, è espressione di un partito conservatore, non progressista. Da anni, a sinistra, per indicare uno schieramento, si incensa la figura della donna ma non c’è mai stata una leader in prima linea per il salto. E così, l’Italia si ritroverà una donna in teoria ‘antieuropeista’ a gestire il Paese, anche se la Meloni, potete giurarci, non sarà nemico di Bruxelles.

Stranamente, forse per la prima volta, alle elezioni politiche ci sono chiaramente degli sconfitti. Sono il Pd di Letta (già saltato) e la Lega di Salvini, che comunque resta in maggioranza anche se nel Carroccio è già pronta la notte dei lunghi coltelli.

Se da una parte si gioisce, dall’altra ci si intristisce –per usare le parole di una deputata Pd-, ma come al solito si perde la buona occasione per guardarsi dentro quando si commettono degli errori; e come al solito il vizio puerile della sinistra italiana resta quello di basare buona parte della campagna elettorale sulla demonizzazione dell’avversario, tant’è che pur nella cocente sconfitta il centrosinistra vede limiti negli avversari ma non riconosce i propri demeriti. E così la ‘colpa’ della mancata vittoria va ascritta anche a Conte e al suo M5S, rei di non essersi alleati, quando ci si dimentica che i grillini sono stati in perfetto equilibrio sia con la Lega che col Pd nelle varie fasi dell’ultimo governo. Dimostrando, chissà, al netto della facile definizione di trasformismo, spirito di adattamento nel nome della democrazia e capacità di sacrificio nel nome delle grandi difficoltà vissute da tutti.

Comunque, tornando alla mujer, più di qualcuno grida allarme (e non allarmi) perché, pare, reale il pericolo post o neo fascista. E le urla arrivano non solo dagli sconfitti ma anche dall’estero, preoccupati per la  tenuta della democrazia italiana, imbeccati ovviamente da chi immaginava già nelle urne una Waterloo in salsa italiana. In questi anni di disorientamento politico in cui sono svettati leader che hanno assorbito i partiti e dove la gente ha smesso di recarsi al voto, in realtà abbiamo assistito a rivoluzioni ‘democratiche, cioè sancite dallo straordinario strumento del voto: del resto, i 5 stelle ci hanno insegnato che i ribaltoni sono possibili senza ricorrere ai golpe, alle clientele e alla stampa di comodo. Il 2022 non sarà un 1922, tanto per usare un’analogia che farebbe felici i complottisti alfanumericialchemicialgoritmici: esiste un Parlamento, c’è un presidente della Repubblica garante della Costituzione, c’è una stampa comunque attenta a ogni tipo di processo in corso, c’è una magistratura formata, c’è un’opinione pubblica presente e feroce (soprattutto sui social, che restano il confronto e il j’accuse istantanei dei nostri tempi) e quindi c’è una democrazia che non è fragile come quella di un secolo fa (che non era democrazia, vale la pena ricordarlo, tra diritti divini della casa reale e voto non esteso alle donne) e nemmeno debole come quella degli anni ’70. Del resto, gli italiani, quelli che sono andati a votare e di cui si deve rispettare il voto (il centrodestra ha vinto col 42%…), hanno dimostrato di ‘fare rivoluzioni’, prima dando fiducia ai 5 stelle e ora a Fratelli d’Italia, che in 5 anni sono passati dal 4% al 26%. Direte, vabbè, è facile cavalcare la protesta, parlare alla pancia, ululare dal pulpito, ma adesso è diverso: la mujer ha detto che mo’ è l’ora della responsabilità. Adesso tocca a lei e al centrodestra.

(Gian Luca Campagna)

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